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La cinghia dei giornali

1 febbraio 2009
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Nelle ultime settimane diversi giornali per i quali scrivo (attraverso Galileo) hanno tagliato di percentuali a due cifre i compensi dei loro collaboratori. Alcuni lo hanno fatto comunicandolo, altri no. E’ la crisi, non ce n’è più per tutti, bisogna tirare la cinghia.

Tirare la cinghia, sono d’accordo. Se un giornale decide di tagliare i compensi dei propri collaboratori significa che le cose non stanno andando bene. Meno vendite, meno pubblicità, meno entrate. Come se ne esce allora?

A mio avviso non in questo modo. Ma investendo sulla qualità – se c’è – delle risorse umane. Si possono tagliare le pagine, alcuni collaboratori, alcuni interni (o rinanimarli per il bene del giornale) ma non demotivare le persone che ogni giorno, settimana e mese dedicano la loro professionalità a un progetto editoriale. La (possibile) conseguenza è che quelle persone facciano peggio il loro lavoro riducendo sempre più la qualità del giornale. E senza qualità sul mercato si hanno poche chanche.

Certo, è solo una delle strade. Ma le altre, compresa quella adottata, mi sembrano contenitive. Voglio dire che si è scelto di pensare: “Tiriamo i remi in barca e speriamo bene”; anziché: “Credo nel giornale, bisogna rilanciarlo”. Un ragionamento, per altro, neanche troppo scorretto se si pensa che i giornali non abbiano futuro e che in tempi mediobrevi sia meglio dismetterli.

Insomma, mi sembra che, a lungo andare, questa politica possa portare a una morte dolce (?) di alcune testate invece di scuoterle, rivoluzionarle e ravvivarle. In tutto questo le redazioni interne non sembrano preoccupate (a parte i casi che riguardano direttamente loro). I cdr, sempre attenti a chiedere la solidarietà dei collaboratori quando bisogna rinnovare il contratto nazionale, non hanno per ora mosso un dito. Ma, si sa, in Italia (e probabilmente anche in molte parti del mondo, ma io non lo so) i lavoratori che vengono tutelati sono solo quelli sotto tutela.

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5 commenti leave one →
  1. scorpionedargento permalink
    1 febbraio 2009 10:08 am

    bello il discorso, però non trovo giusto ricorrere all’ultima frase, che è sempre, per me, una frase da guerra tra i poveri, il fatto di portare anche tutti gli altri nella precarietà non penso che sia la soluzione al tuo problema, anche perché i sotto tutela sono anche quelli che acquistano i giornali, una riduzione dei loro stipendi toglie anche a te, e poi sei mesi di cassa integrazione ed anche quelli vanno a casa, anche all’alitalia hanno licenziato parecchie persone e chi è stato salvato è solo chi dirigeva e dirigerà l’alitalia e l’interesse di qualche impresa ad avere scali alle porte d’azienda. ciao.

  2. federico ferrazza permalink*
    2 febbraio 2009 9:10 am

    precisazione: non ce l’ho con gli interni delle redazioni, ci mancherebbe. fra loro ho molti amici che stimo profondamente. faccio solo notare che molti cdr (probabilmente come giusto che sia) si disinteressano degli interessi dei collaboratori. tutto qui.

  3. Luca T. Barone permalink
    2 febbraio 2009 11:06 am

    non credo federico intendesse dire che bisogna togliere le tutele a chi ce le ha (almeno, io non l’ho capita così). semplicemente che purtroppo in italia chi non è tutelato si attacca, e i sindacati devo dire sono vergognosi in questo (sia quello dei giornalisti, sia tutti gli altri: ho lavorato in rai da precario per 6 anni).
    però confermo quello che dice federico: anche in rai attuano la stessa politica. tagliano a tutti indistintamente (tanto per renderli tutti equamente più infelici), ma si guardano bene da toccare le grandi rendite di posizione (vespa, et al). sai, quelli vendono pubblcità. come volevasi dimostrare: teniamoci stretto quello che abbiamo perché noi l’innovazione non sappiamo manco che è. come ragionano quasi tutti quelli che hanno soldi in italia.
    poi non vi lamentate (in senso generico) di quelli che dall’italia se ne vanno.

  4. 2 febbraio 2009 4:49 pm

    Capisco il ragionamento, Federico, e molto vera è l’ultima frase: per ora a risentirne di più sono i collaboratori. Per ora.

    Il fatto è che tagliare i “costi non fissi” è la strada più semplice, immediata, poco faticosa per le aziende anche perché non provoca attriti sindacali con le redazioni.

    Il rischio di perdita di qualità comunque è reale e condivido la tua preoccupazione. Temo che però oggi nei giornali questa sia considerata secondaria da entrambi i player principali: il sindacato (che difende i diritti acquisiti dei suoi iscritti, compresi i fannulloni) e i manager (che pensano quasi tutti a ridurre le voci di uscita nel bilancio a cui stanno lavorando adesso).

  5. federico ferrazza permalink*
    2 febbraio 2009 6:22 pm

    grazie per il contributo, sandro. è che questi tagli sono figli di una logica che non vede premiare il merito. mi sembra un’opportunità sprecata.

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